KAIGON- Vol I

L’INIZIO DEL CAMMINO

Di Giovanni Retrosi

PROLOGO

Kaigon schiuse lentamente le palpebre, ma subito la luce del nuovo giorno la accecò. Istintivamente Lei sollevò una mano per proteggersi dall’improvviso chiarore che, quasi con violenza, inondava tutta la stanz

Quando riuscì a mettere a fuoco la sagoma informe che aveva davanti agli occhi, riconobbe il volto della giovane infermiera.

La ragazza aiutò l’anziana a tirarsi su, spostando con cura il cuscino dietro alle sue gracili spalle.

Kaigon si aggiustò i lunghi capelli bianchi, raggruppandoli dietro la testa con un piccolo nastro di seta.

Poi si passò la mano sulla guancia, come se stesse cercando qualcosa che, oramai, non le apparteneva più.

Le dita rimasero confuse a carezzare la pelle, assecondando le profonde linee imperfette che scolpivano il suo volto: la gioventù aveva abbandonato quel viso e, come l’acqua che scorre veloce, il tempo aveva lavato via ogni traccia di bellezza. Al suo posto, ora, rimanevano mille rivoli di rughe intrecciate, come le radici di un albero abbattuto, la cui caduta aveva portato alla luce l’intricato segreto della sua intimità nascosta.

Sorrise per un istante, stupita dai suoi futili pensieri, poi, accortasi che la ragazza la stesse guardando, ebbe cura di tenere solo per sé ciò che traspariva dalle sue labbra.

La giovane, con molta attenzione, la fece scendere dal letto tenendole stretta la mano ossuta, sussurrandole, al contempo, un tiepido: E’ Ora.

-No… non adesso.- rispose Kaigon, volgendo lo sguardo ancora penetrante e acceso verso il viso da bambina dell’infermiera.

Così, incerta sulle gambe, invitò la ragazza ad allontanarsi, mentre, appoggiata al suo bastone, cominciava a camminare verso il buio del lungo corridoio.

La giovane la osservò inquieta, mentre Lei, a passo lento, si dissolveva nell’oscurità del palazzo.

L’anziana donna era decisa ad andare nella piccola stanza nell’ala ovest che un tempo era il suo alloggio. Negli ultimi anni, quell’ambiente inanimato e vuoto era divenuto una sorta di rifugio, dove poter rileggere, in solitudine, le pagine della sua vita. Durante il tragitto ascoltò muta gli echi delle voci che ancora aleggiavano tra le pallide pareti dell’antica dimora. Le parole sfuggenti che udiva, raccontavano a Lei, e solamente a Lei, la quotidianità di ciò che era stato il suo passato. Ogni volta si sentiva trascinata dalla stessa alchimia che aveva intrappolato lì le risate, i pianti e le promesse di quelli che avevano camminato al suo fianco.

Giunta nella stanza si sedette sulla poltrona di velluto verde scuro, accuratamente posizionata di fronte alla finestra più grande. Scostò delicatamente le due coperture merlate sistemate sui braccioli, e attese che la leggera brezza di mare gonfiasse i lembi delle lunghe tende biancastre, ultima difesa contro la prepotenza dei riverberi dell’imminente estate.

Il silenzio dell’ambiente intorno, così diafano e inconsistente, era quasi palpabile, come se il silenzio stesso fosse rimasto impigliato tra i raggi del sole che filtravano obliqui dalla vetrata lì di fronte. Gli echi della guerra si erano spenti da tempo in un sussulto di sangue e grida, lasciando solo un rumore di fondo nella sua anima. Nella quiete inondata di luce, l’indolenza del suo corpo era stagliata contro il muro, raffigurata dalla sagoma allungata di ciò che rimaneva di Lei.

Kaigon si voltò, poggiandosi su un gomito per osservare meglio quella macchia scura, poi le si rivolse come se stesse parlando ad un vecchio amico: hai condiviso dal buio delle tua sostanza ogni mio singolo istante… spettatrice silenziosa, ora come allora obbligata a ripetere, senza scelta, tutti i miei errori …allungata sul terreno o compressa sotto i miei piedi. Come vedi sono diventata come te… esisto ancora solo grazie alla luce, ma, come un’ombra, la mia essenza individuale si sta sciogliendo nell’oscurità del tempo che passa. Così, in attesa di confondermi con il tutto, non mi resta che cercare di comprendere cosa significhi aver vissuto… la mia memoria oramai è ridotta a brandelli, consumata dal soffio incessante di questo presente… ma prima che si dissolva, voglio raccontarti ciò che ero… e ciò che sono diventata.

Kaigon tornò a riposare tra il luccichio del pulviscolo sospeso nella luce dell’assolata mattina, aspettando solo il momento giusto per iniziare il cammino a ritroso nella memoria.

Stancamente inclinò la testa a est, come per orientarsi verso il luogo delle sue origini. Rimase a lungo in silenzio, assorta in quella stessa luce, che ancora trafiggeva senza riguardo alcuno la sua solitudine.

Mentre tutto sembrava immobile, come in una fotografia che fissa l’istante, Lei rivolgeva al Tempo l’unica domanda rimasta ancora senza risposta:

Perché sono ancora qui?

La certezza del passato, nella sua immutabilità, rassicura la ragione, ma al contempo intristisce il cuore, memore di tutte le occasioni definitivamente sprecate e degli errori irreversibilmente commessi.

Kaigon questo lo sapeva bene, ma nonostante il dolore che avrebbe provato, era decisa a ricordare tutti quei momenti, prima di perdersi nell’oblio da cui ogni essere nasce per poi farvi, immancabilmente, ritorno.

Così, adagiata sullo schienale morbido e accogliente della poltrona, rievocò dal passato l’austera voce del suo destino e le raccomandazioni di allora, quando ancora tutto doveva cominciare.